Clepto

Cronaca di un perduto disamore

SINOSSI

Virginia è cleptomane e ruba al supermercato. Pierluigi, suo marito, è un padre di famiglia disamorato e frustrato. Figlia del Re del Riso, il Cavalier Edmondo Roncaroli, a dispetto di un’infanzia felice, Virginia è vittima di una grave depressione e di un disturbo della personalità. Gigi deve così occuparsi anche delle complicate questioni testamentarie della famiglia di lei, messe in discussione da un figlio illegittimo del signorotto che dopo anni dalla morte del capostipite, accampa diritti sulla proprietà. Nello scenario di un castelletto pieno di pretese e ormai lasciato all’abbandono nel mezzo delle risaie della Lomellina, si gioca una partita con la protervia, l’avidità e il disamore che Gigi, dopo le prime indecisioni, decide di affrontare senza mezzi termini. Una sera rimane intrigato dal fascino diafano e sfuggente di una giovane donna. Gli piace chiamarla Evelina. Uno spiraglio salvifico nella bruttezza che attanaglia la sua vita.

 

CAPITOLO UNO

Anch’io ho rubato. La prima (e l’ultima) volta che l’ho fatto, ero bambino. Avevo sugli otto anni e con i genitori eravamo, mio fratello e io, in vacanza in una località montana piuttosto esclusiva dell’Alto Adige; uno di quei paesini dal nome impronunciabile.
Ci annoiavamo a morte, a parte sporadiche camminate con pranzo al sacco con i nostri amici che mia madre organizzava tutta contenta, inventando per noi attività a scopo educativo per conoscere i nomi delle piante, dei fiori e delle erbe medicinali. Andavamo matti per giochi come la costruzione di un riparo in caso di temporale. Fu proprio dopo un forte rovescio di pioggia che trovammo tante cortecce a terra. Grandi e di varie forme. Facemmo a gara per chi ne raccoglieva di più. Ne avevamo portate a casa zaini pieni: erano perfette per il nostro obiettivo. Io, che ho da sempre avuto doti da project leader, quell’estate avevo inventato un’attività di vendita di souvenir creati insieme a Carlo e i nostri amici Davide, Alberto e Ludovica. Avevamo allestito un banchetto con il tavolo da picnic una domenica davanti a quella chiesa dove molte signore indossavano ancora i costumi della tradizione e ci guardavano con quella compiacenza adorabile prima di smollarci un bigliettone spropositato rispetto al valore di quanto esponevamo; oggetti ricordo un po’ bruttini, devo dire, ma realizzati comunque con molta cura. Barchette di carta di vari colori, cartoncini illustrati, lavoretti della scuola per la festa della mamma riciclati con frasi tipo: Un ricordo dalle cime innevate dell’Alto Adige.
“Che intraprendenti questi ragazzini, bellissima iniziativa! I vostri genitori devono essere proprio fieri!” esclamavano compiaciute all’uscita della Messa.
La prima domenica fu un successone. Poi arrivarono le cortecce, perfette per poterci applicare un piccolo oggetto significativo delle tradizioni, in un’ottica di valorizzazione del territorio e di upgrade del prodotto: un calendarietto con l’edelweiss, un ciondolino a forma di picozza, una mini marmotta di peluche. Cose così. Diciamo che in quel frangente il nostro ‘business’ aveva bisogno di investimenti per crescere. Ero molto gasato e tentai di convincere i genitori a finanziare il progetto; loro, tuttavia, furono poco sensibili a questa improvvisa espansione, subito così all’inizio. Secondo loro la paghetta era più che sufficiente in quella prima fase di startup, come diremmo adesso. In fondo, bastava rinunciare a qualche gelato e alle figurine; ché tanto, ci saremmo presto stufati. Io invece ci credevo e, a fine estate, con i proventi delle vendite volevo comprarmi un aeroplanino telecomandato. Anche gli altri erano molto motivati e ci sembrava un peccato rinunciare. Quelle cortecce erano perfette e volevamo rimanere bene sul pezzo. Avevamo provato a mettere insieme le risorse per acquistare i souvenir, ma non bastavano.
Individuato il negozio dove andare a reperire le materie prime, ci organizzammo come una banda vera, quelle che vedi nei film di azione, con Albi che faceva il palo, noi dentro con gli zainetti aperti, e Ludovica che aveva il compito di fare un acquisto tra mille dubbi e distrarre il titolare.
Non avevamo ancora racimolato una grande refurtiva, che mi cadde un piattino decorato e fummo beccati in flagrante. Arrivarono i carabinieri e ci portarono nel piccolo commissariato dell’amena località montana dove fummo strigliati dal maresciallo e dai genitori accorsi in gran fretta e piuttosto allibiti. Ma come poteva succedere una cosa così? Ragazzini di famiglie tanto per bene… Carlo non ricorda, ma per quel che sovviene a me, siamo stati in castigo una settimana intera chiusi in camera con le tapparelle abbassate per volontà di mio padre che, a onor del vero, ci riconobbe ottime doti imprenditoriali. “Bisogna solo raddrizzarvi”, disse con un grande sospiro e, per la vergogna, il mese successivo aveva già messo in vendita il nostro bell’appartamentino con i balconi pieni di gerani allegri e un piccolo terrazzo con un’aiuola di fiori e fragoline di bosco.
Da quella volta, mia madre ha sempre avuto la battuta pronta ogni volta che si guardava un film poliziesco: “Criminali ben avveduti, ma mai come quelli della banda delle cortecce…” Oppure:Davvero un colpo ben premeditato, quasi come quello degli Edelweiss five…’
Mamma aveva uno spiccato senso dell’umorismo e, talvolta, del sarcasmo. Cosa che mi aveva urtato molto al tempo, ma che in certi casi aiuta parecchio a stemperare la propria frustrazione. Risorsa che credo di avere in parte un po’ ereditato e che ultimamente è di grande aiuto.

Mi è tornato in mente questo ricordo portando il cane per la passeggiata della sera, dopo l’ennesimo richiamo bonario del direttore del supermercato. Sì, perché Virginia, la mia consorte, invece ruba di brutto. Ho il sospetto che lo faccia quotidianamente. Al supermercato di certo, e forse anche altrove. Cianfrusaglie di poco conto, sempre le stesse. Che figura da pezzenti! Ora capisco i miei genitori, poverini. Sono certo comunque che questa per me sia una retribuzione karmica ma, confesso, preferirei un colpo un po’ più teatrale una volta per tutte invece che questi rubacchiamenti da ladri di galline. Mentre rimugino, mi accorgo che ho deviato dal solito percorso. Non lo faccio mai, sono un tipo piuttosto abitudinario e sbrigativo. La mia routine sempre identica tutto sommato mi va bene così: sono un uomo banale, mediocre. Forse un fallito. Sì, ecco.

 

 

 

 

 

 

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